L’aria era umida, soffocante come l’odore amaro di foglie morte bagnate dalla pioggia, le mani indolenzite cercavano l’ultimo sterpo fradicio sotto uno strato di fango, il freddo aveva ormai scatenato un dolore alle tempie atroce, ma lei doveva tornare a casa con della legna, altrimenti il padre le avrebbe fatto molto male, ma ormai, se l’alternativa era il freddo e il bagnato, tanto valeva continuare a cercare, perlomeno la fame non si faceva sentire.
Passato il tempo, le forze iniziavano a venire meno, il fango si era incrostato fino alle caviglie attanagliando i suoi candidi piedi nudi in una morsa di gelo, gli occhi chiari erano stanchi per la poca luce e la schiena sembrava non poter reggere a lungo il peso della legna impregnata d’acqua, il sole sembrava un burattinaio che faceva scendere i fili d’oro dei suoi raggi attraverso le foglie degli alberi, come per muovere dei fantocci, ma la selva era deserta, anche gli insetti la ripudiavano.
Lontano dei tonfi le facevano venire in mente dei cavalli al galoppo, ma si fermarono all’improvviso, poi di nuovo dei rumori: l’improvviso squarciarsi del legno marcio di un albero morto la fece trasalire, levò il capo e vide un ramo imponente precipitare sul suolo davanti ai suoi piedi producendo un rumore sordo, sinistro.
- Perché ti prendi gioco di me? Uccidimi! E’ colpa tua se desidero la morte, mi hai dato una vita di sofferenze e privazioni, ogni mattino il problema è sopravvivere fino a sera, e la sera la speranza è non svegliarsi l’indomani, allora ti chiedo: finiscimi ora qui, basta con questa vita, Dio, nel nome di ciò che predichi, rendimi veramente felice, poni fine alle mie sofferenze ed io porrò fine al mio odio per te. – Quando l’eco di queste parole si perse definitivamente nei cespugli, si rese conto che la luce che filtrava dal foro lasciato nelle fronde le invadeva gli occhi, il calore di essa le rinvigoriva le membra, aveva un altro spirito ora: era rinata gettò la legna a terra e si mise a correre verso l’uscita del bosco, verso una strada che non aveva mai percorso, verso la luce del sole, verso il domani che voleva vivere lasciando tutto alle spalle. Sarebbe tornata?
No.
Il bosco si estendeva a perdita d’occhio, e il sole la stava abbandonando, stava avanzando da tempo ormai e il terreno era sempre più ripido e impervio le radici che affioravano dal terreno rendevano difficile camminare senza stare attenti ad ogni passo, i rovi invadevano il sentiero e le spine erano quanto mai assetate di sangue, ritornarono i dolori e le sofferenze, e con loro il pentimento di quella pazzia che aveva fatto: “Morirò qui, se è questa la morte alla quale sono destinata, la accetterò…”, i suoi pensieri furono interrotti da alcuni tonfi sordi, voci umane, il nitrito di un cavallo, clangore di spade, suoni si aggiungevano ad altri e si sovrapponevano, era in corso un duello, e non molto lontano, “Voglio andare a vedere, forse il vincitore avrà pietà della figlia di un contadino malmessa e perduta nel bosco, forse mi aiuterà”, così pensò dirigendosi verso i rumori che andavano intensificandosi.
Non molto distante vi era una radura circondata da cespugli e alti rovi, con cautela si arrampicò su un albero robusto per scrutare aldilà della barriera naturale e vide ciò che si aspettava, due guerrieri armati in completa armatura di acciaio lucente, forse i cavalieri si stavano affrontando in un violento duello, il peso delle corazze e la fatica rendeva lenti i loro movimenti, ma la violenza con cui vibravano i colpi era terrificante, quando l’acciaio incontrava l’acciaio il suono era assordante, secco, le spade, come due amanti legati da un amore proibito, si baciavano di sfuggita, venivano allontanate per poi rincontrarsi di nuovo in un altro luogo, ma il freddo metallo può solo esprimere odio. I due guerrieri erano evidentemente esperti, le loro protezioni non mostravano alcuna scalfittura, i loro cavalli dovevano avere estrema fiducia nei loro rispettivi padroni, poiché non si lasciavano intimorire dall’odore del pericolo e dal furore della battaglia: i possenti destrieri erano bardati coperti da strati di maglia e placche di ferro e acciaio, danzavano l’uno intorno all’altro seguendo gli ordini dei padroni che li tenevano saldamente per le redini; la tenzone era appassionante quanto terrificante, nessuno dei due prevaleva sull’altro, ma i colpi perdevano intensità e frequenza e cavalli ansimavano violentemente, era un chiaro segno di sfinimento da entrambe le parti.
La vista di quel duello la appassionava e la turbava, mai la sua fantasia avrebbe potuto concepire uno spettacolo tale, lei che era abituata a lavorare nell’orto e a raccogliere la legna da mattina a sera per aiutare la sua famiglia ad assicurarsi un domani di stenti e lavoro sfiancante, lei che aveva sentito parlare di cavalieri solo da piccola nelle favole della madre prima di dormire: i cavalieri sono uomini spietati, insofferenti del dolore altrui, la loro furia in battaglia abbatte gli animi più saldi, pieni di onore e gloria, persecutori della giustizia e difensori del bene, al solo sguardo trasformano un vile in un intrepido e viceversa, la loro sete di ricchezza è implacabile e il loro codice inflessibile; ben presto avrebbe capito che le favole restano favole e i cavalieri vivono solo in esse, ma in fondo a lei sembrava di vivere una favola, così bella, era libera, smarrita, felice e confusa al tempo stesso ele interessava solo quello che stava accadendo poiché ogni attimo che passava rivelava una nuova parola nel racconto del suo destino. A lungo ancora i cavalieri duellarono, ma la foga del combattimento non li aveva abbandonati, come la passione per esso non aveva abbandonato lei, d’un tratto dal fragore del duello emerse un suono insolito, mai sentito prima, come un serpente che si sente attaccato, una freccia sibilò facendosi facilmente largo attraverso l’aria e non meno difficilmente attraverso la gorgiera di uno dei due cavalieri il quale si accasciò sulla sella portato via dal cavallo in fuga, abbandonando la vita con un rantolo affogato nel sangue; la freccia proveniva dall’esterno della piccola radura, alle spalle dell’albero su cui era salita per ammirare inosservata la scena della battaglia, fortunatamente le fronde erano folte e i rami robusti e spessi tanto da nascondere il suo corpo aggraziato ed esile; l’altro cavaliere, infuriato dall’intrusione e attanagliato dal terrore, fece girare il suo cavallo in tutte le direzioni per capire la direzione della freccia, d’u tratto ancora un sibilo, ma il dardo fu prontamente deviato dallo scudo che intanto il cavaliere aveva alzato per proteggersi, il cavaliere alzò la celata per avere una visione più ampia, non fece in tempo a tornare in guardia che di nuovo un’altra freccia lo bersagliò alle spalle, ma inutilmente, poiché la placca dorsale dell’armatura era ben temprata e spessa, atta a proteggere da colpi meschini quali colpi di armi da lancio, di nuovo una freccia, un’altra, e un’altra ancora, da tutte direzioni diverse, evidentemente erano frecce corte di archi di mediocre fattura: nessuna di esse era in grado di abbattere il cavaliere o penetrare la sua corazza una volta che la sorpresa non giocava dalla parte degli arcieri. Passati dei secondi a gettare frecce contro l’uomo d’acciaio, gli arcieri, evidentemente briganti e lestofanti sfuggiti alla legge, sguainarono ciò che di meglio avessero di tagliente e di metallo e si gettarono speranzosi di un ricco riscatto alla cattura del cavaliere, al che questi fece sentire la sua voce chiara ma stanca di tanti stenti: - Ah, vili cani della foresta! Siete sfuggiti alla legge ma non scamperete alla giustizia della mia spada, è assetata di sangue e per oggi non ha ancora bevuto, a causa del vostro disturbo anche la mie sete di onore non è soddisfatta, per quanto possa essere insoddisfacente la vostra morte per me e la mia spada, farò in modo ch’essa vi porti via con calma tra le sofferenze più atroci -. Pronunciando queste parole falciava i corpi senza grazia dei lestofanti come un contadino falcia il grano nei campi, ma il grano non emette urla indegne quando perde la vita; il sangue coagulava in pozze nel terreno mischiandosi alle foglie i primi corpi caduti mutilati erano ormai resi irriconoscibili e deformi dagli zoccoli pesanti del cavallo che non faceva che girarsi sbuffando furiosamente dalle narici infastidito dall’odore di morte e dalle grida. Le frecce continuavano a fendere l’etere da quattro punti diversi, e gli uomini giacevano a decine per terra, tali e quali a carne da macello, privi di alcuna protezione efficace contro l’acciaio vorace, agonizzavano nei loro stessi fluidi, le frecce scemarono e gli uomini si ritirarono, il cavaliere rimase all’erta ancora per molto prima di smontare di sella e accertarsi della fuga dei fuorilegge, dopodiché perlustrò la zona attorno al luogo di morte per alcuni minuti, quando ebbe la certezza di stare al sicuro si dedicò alla cura del proprio destriero, stanco e affamato, tolse la placca frontale del cavallo e controllò eventuali ferite, poi controllò la pancia del cavallo, e, sollevando cotta di maglia che la celava, vide casualmente per terra, oltre il cavallo, una pozza per terra di una poltiglia il cui odore nauseabondo si confondeva con quello del sangue rappreso e della carne putrescente, era vomito; non rammentò di aver visto uomini fermare la carica verso di lui per dare sfogo alla propria nausea, poi vide che il liquido colava dall’alto, dai rami dell’albero che lo sovrastava, qualcosa si mosse tra le foglie.
“Mi ha scoperto, cosa farà ora? Speriamo che non ci faccia caso più di tanto e che se ne vada, non voglio che mi veda! Ah, stupida, stupida, stupida! Ti sei fatta scoprire come un’idiota”, ma d’altronde le scene che lei aveva visto tra i rami dell’albero erano troppo sanguinose e violente per i suoi occhi, i quali non ressero alla vista delle cervella che schizzavano fuori dal cranio frantumato di quell’uomo che con tanta foga aveva caricato il cavaliere, e le rivoltarono lo stomaco, lo spettacolo che prima la affascinava ora la congelava nel terrore, la brutalità di quel cavaliere era terrificante, quanto la sua risolutezza, ma ora non poteva né scendere né salire oltre: era confinata su quei rami aspettando che il fato si compiesse.
Non mise molto a compiersi, il cavaliere per fugare ogni sospetto di essere osservato montò in sella al suo arcione e mulinando l’acciaio ancora sporco di sangue, iniziò a colpire ferocemente i rami più bassi della robusta pianta; Catilin, questo era il nome della ragazza, era del tutto in preda al panico più profondo: chiuse gli occhi.
Le schegge volavano ovunque e le fronde dell’albero iniziavano a diradarsi, presto il cavaliere l’avrebbe scoperta, cosa sarebbe successo poi? “I cavalieri sono uomini d’onore, e l’onore, come raccontava mia madre, si ottiene con azioni coraggiose e meritevoli, generose e misericordiose, certamente questo guerriero non mi farà del male, deve rispettare il codice d’onore! Ho deciso mi farò vedere prima che lui spogli questo albero dei suoi rami”.
- Basta! Fermati, ti prego! – Urlò Catilin con quanto fiato aveva in corpo per sovrastare il frastuono della spada contro il legno – Scenderò! – A queste parole il cavaliere fermò la sua furia devastatrice, evidentemente perplesso dalla figura inaspettata che vide scendere dall’albero.
Ai suoi occhi si presentò una ragazza, esile, logorata dalla vita di campagna, la cui particolare bellezza era tuttavia evidente nonostante i lunghi capelli che le coprivano le spalle e la schiena fossero sudici, e degli stracci marroni di lana grezza troppo larghi fungevano da brache e maglietta senza evidenziare la benché minima forma che si nascondeva sotto di essi. Appena ripresosi dallo stupore il cavaliere chiese aggressivamente a Catilin: - Chi saresti tu? Fai forse parte della banda di briganti che ho appena sterminato? Strano non sapevo che avessero donne con loro, e perlopiù donne così giovani e inadatte a procreare, qual è il tuo ruolo tra di loro? Raccogli le bacche? – Qui il cavaliere scoppio in una sonora risata gongolando orgoglioso del suo sarcasmo – No non sono una fuorilegge, sono Catilin figlia di un contadino che ha un piccolo terreno fuori dal bosco, mi sono addentrata nella foresta incuriosita da alcuni rumori, e mi sono nascosta per vedere il duello che hai intrapreso con l’altro cavaliere, poi sono arrivati altri uomini… Ma tu chi sei? – Chiese timorosa Catilin dopo aver farfugliato la spiegazione della sua presenza in quel luogo. L’uomo le fece cenno di avvicinarsi e di non temere, lei era in balia delle sue volontà quindi fece senza troppo esitare ciò che le era stato intimato - Per i miei gusti sei una bambina troppo curiosa e troppo insolente per pretendere di sapere il mio nome, e tantomeno per dare del tu ad un cavaliere del mio rango, pagherai la tua maleducazione! – Sorpresa da queste parole e immobilizzata dalla paura la ragazza non ebbe la prontezza di evitare lo schiaffo che l’uomo le aveva inferto, la vista divenne rossa come il tramonto, il dolore le morse metà del volto, ma non fu una lunga sofferenza, le emozioni furono tante e il terrore le dominava, e svenne lì in silenzio sul suolo umido e fangoso lurido di sanguinose interiora umane.
La libertà, la gioia le infondevano calore mentre se ne stava li sdraiata guardando il cielo limpido il sole l’attraeva a sé incitandola con i suoi raggi avidi di carne, li steli d’erba alta circondavano la sua sagoma limitando il suo campo visivo ad un lenzuolo azzurro circondato di verde con un disco luminoso al centro, ma il disco s’incendiò gli steli divennero lembi di fiamma e il cielo si oscurò come fosse notte, dominata dal fuoco, posseduta dal fuoco; in quell’inferno sentiva caldo, un bruciore che cresceva al suo interno e la divorava, la consumava: chiuse gli occhi.
Nel riaprirli vide che era tutto scomparso il prato, il fuoco, il sole: era notte e stavolta ad illuminare il suo volto erano i raggi lunari, capì che era stato un brutto incubo, ma non realizzò che il vero incubo l’avrebbe assalita ora.
Sentì una fitta di dolore tra le gambe, il dolore cresceva ed era lancinante, fece per mettere una mano nelle braghe ma si accorse di non averle, ritrasse subito la mano sentendo sulla pelle qualcosa di bagnato: sangue; ancora stordita, si mise a sedere il liquido vermiglio le ricopriva le gambe, dimenticandosi del dolore si guardò attorno: nessuna traccia di anima viva, eppure il cavaliere era li poco fa, oppure no? Quanto tempo era passato da quando era svenuta? Che era successo? Perché tutto quel sangue? Ponendosi queste domande le risposte le vennero da sole, il cavaliere l’aveva violentata e abbandonata nel bosco, sperando nella misericordia di qualche bestia affamata.
Rimase a lungo a rimirare le tenebre oltre la cerchia di alberi che limitavano la radura della battaglia: troppo sangue era stato versato sul suolo quel giorno in quel luogo, troppa violenza, troppa realtà, troppo rapidamente, troppo, troppo…
Questo bastò ad eliminare la sua speranza, la sua fede, un senso di vita, “è inutile continuare ormai”, arrancò priva di forze verso il cadavere più vicino, sottrasse dalle avide mani morte una daga arrugginita e scheggiata, si sdraiò nuovamente guardando per l’ultima volta le stelle che sbirciavano attraverso i rami tagliati dell’albero grazie al cavaliere che tanto furiosamente li aveva divelti.
In quel momento Catilin invidiò profondamente tutti coloro che, guardando le stelle sapevano di non vederle per l’ultima volta; e con decisione si tagliò la gola abbandonando ogni sofferenza.